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4a domenica di Quaresima.B

Introduzione alle letture

Prima lettura

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Fine di Gerusalemme

14Anche tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato a Gerusalemme.
15Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora. 16Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l'ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio.
19Quindi incendiarono il tempio del Signore, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutti i suoi oggetti preziosi.
20Il re deportò a Babilonia gli scampati alla spada, che divennero schiavi suoi e dei suoi figli fino all'avvento del regno persiano,21attuandosi così la parola del Signore per bocca di Geremia: «Finché la terra non abbia scontato i suoi sabati, essa riposerà per tutto il tempo della desolazione fino al compiersi di settanta anni».

Editto di Ciro

22Nell'anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremia, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: 23«Così dice Ciro, re di Persia: «Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!»».

|title=Prima lettura - 2Cr 36,14-16.19-23}2Cr 36,14-16.19-23(brano){/modal}

Con l’esilio e la liberazione del popolo si manifesta l’ira e la misericordia del Signore.
Questo epilogo del secondo libro delle Cronache è quasi l’angolo di visuale teologico sotto il quale leggere l’intera storia d’Israele. L’uomo porta spesso a Dio solo un pesante bagaglio di infedeltà come Israele. Ma a questa miseria che è radice di desolazione e di ingiustizie Dio non risponde solo con l’ira e la vendetta, ma fa balenare la speranza del perdono perché l’ultima parola di Dio non è la morte ma la vita. Ed ecco, allora, gli ultimi versetti del libro (vv. 22-23) che riproducono l’inizio del volume di Esdra: la storia continuerà nella speranza. Ciro, il liberatore persiano, permetterà a Israele di rimpatriare dall’esilio babilonese e di ricostruire la testimonianza viva del suo incontro con Dio, il tempio. Dio non ha abbandonato e non abbandonerà il suo popolo.

Seconda lettura

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4Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, 5da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. 6Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, 7per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù.

8Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; 9 viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. 10Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo.

|title=Seconda lettura - Ef 2,4-10}Ef 2,4-10(brano){/modal}

Morti per le colpe, siamo stati salvati per grazia.
Alla morte subentra la vita: «da morti che eravamo per le colpe, Dio ci ha fatti rivivere con Cristo» (v. 5). La salvezza meravigliosa a cui Dio ci avvia non è costruzione delle nostre mani. Con insistenza Paolo sottolinea la gratuità della «vita» ricevuta: «Dio, ricco di misericordia, per il grande amore..., per grazia vi ha salvati... mostrando la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi... Per questa grazia siete salvi... e ciò è dono di Dio». Nella prospettiva paolina, l’uomo nuovo non subisce solo una parziale restaurazione attraverso la fede e la grazia, ma è completamente trasformato in Cristo così da «con-risuscitare con lui e da con-sedere con lui nei cieli» (v. 6).

VANGELO

Gv 3,14-21

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14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.

Dio ha mandato il Figlio nel mondo

16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. 
19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

|title=Vangelo - Gv 3,14-21}Gv 3,14-21(brano){/modal}

Dio ha mandato il Figlio perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
Da un lato c’è il «mondo» che non crede ed è condannato, le «tenebre», le «opere malvagie», coloro che «fanno il male e odiano la luce»; dall’altro lato il «mondo» che crede ed è salvato, «le opere fatte in Dio», coloro che «operano la verità e vengono alla luce». Attorno a questi due versanti si organizza l’umanità intera, dice Gesù nel dialogo notturno con Nicodèmo. Cristo è la discriminante, ma è anche il segno vivo dell’amore del Padre che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito e che vuole che il mondo sia salvato per mezzo di lui» (vv. 16-17). Nella storia si svolge come un processo (il «giudizio») in cui il bene, cioè il Cristo, diventa l’imputato principale contro il quale si scaglia il male. La croce è apparentemente il sigillo definitivo di questo dibattimento giudiziario: Cristo è «innalzato» sulla croce come un condannato (vv. 14-15). Ma è proprio questa «elevazione» in croce la radice del ribaltamento del processo: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (12,32).



 

©testi da Messale Festivo-EDIZIONI SAN PAOLO


 
 
 
 
 
 
 
 

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