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Introduzione alle letture

 

Prima lettura 

Sir 35,15b-17.20-22a

Le preghiera del povero attraversa le nubi.

Il brano è tratto da un piccolo catechismo sulla preghiera del Siracide, sapiente degli inizi del II secolo a.C. Dio non accetta gesti esteriori e ipocriti di penitenza quando tentano di celare l'ingiustizia perpetrata nei confronti dei poveri e degli oppressi. Dio non è parziale, è sempre dalla parte del povero. Questa è la sua vera parzialità che è, però, somma giustizia. Alla voce dell'oppresso, a quella di chi ha il cuore umile e contrito, alla sete di giustizia e alla sincerità del cuore Dio è pronto a rispondere perché è lui stesso in causa. Infatti nel libro dell'Esodo si diceva:«Non maltratterai la vedova o l'orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l'aiuto, i ascolterò il suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada...» (Es 22,21-23). La preghiera dell'umile e del giusto è il messaggio più vivo e parlante che l'umanità possa indirizzare al cuore di Dio, il quale non tarderà ad ascoltare e a intervenire. 

Seconda lettura

2Tm 4,6-8.16-18

Mi resta soltanto la corona di giustizia.

In questa specie di testamento autobiografico l'Apostolo descrive la sua esistenza cristiana sulla base di quattro immagini. Infatti la sua vita è stata offerta a Dio come una libagione che sale al cielo; l'itinerario dei suoi anni è giunto al porto definitivo, dopo aver solcato mari tempestosi e difficili; la battaglia si sta per concludere e la corsa nello stadio sta per giungere sul filo del traguardo, ove verrà consegnata allo sportivo la corona (vv. 6-8). Ma alla base di tutto c'è solo e sempre il Cristo sorgente di ogni nostra giustizia: è il Signore che lo ha assistito; lo ha rivestito di forza affinché per mezzo suo l'evangelo fosse pienamente proclamato e ascoltato dai pagani (v. 17). La fiducia di Paolo non è nelle opere da lui compiute, ma nell'efficacia salvifica della grazia di Cristo a cui va «la gloria nei secoli dei secoli» (v. 18). Con questa fiducia l'apostolo assiste anche agli insuccessi, all'apparente inutilità del suo ministero, alle persecuzioni.

 

VANGELO

Lc 18,9-14
30toc

Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo.


ln questa celebre parabola la preghiera è la spia che rivela l'atteggiamento autentico dell'uomo. La prima preghiera, quella del fariseo, contiene l'elencazione dei meriti d'un esistenza corretta e rispettata. La radice della preghiera è la giustizia dell'uomo, il quale è il vero modello dell'«uomo di religione». Antitetica è la preghiera di supplica del pubblicano, odiato esattore delle tasse per l'impero romano. Essa contiene solo una totale confessione di povertà e di peccato: «O Dio, abbi pietà di me, peccatore» (v. 13). La radice della sua preghiera non è la propria giustizia ma la giustizia salvifica di Dio, che nel suo amore chiede all'uomo solo la conversione. Il pubblicano non è, quindi, il modello dell'uomo corretto religioso, ma dell'uomo di fede. Per questo avviene il ribaltamento. ll fariseo, attaccato al suo culto e al suo orgoglio, è respinto da Dio nonostante le sue proteste di «religiosità»; il pubblicano è, invece, «giustificato» (v. 14) per la sua fede.



 

 ©testi da Messale Festivo-EDIZIONI SAN PAOLO


 

 

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